WHITE HOLE/SPACE CAVIAR

space caviar

Quello del buco bianco è un concetto astrofisico. Mentre il buco nero fagocita materia, il buco bianco la rilascia e si rende ostile adogni accesso dall’esterno. In piazza Grillo Cattaneo, a Genova, il 31 gennaio 2015, è nata una piattaforma di ricerca concettualmente basata sulla teoria di questo corpo: inaccessibile come un buco bianco, ma vivo e pulsante.White Hole è uno spazio di critica, confronto, rilascio di riflessioni sulla tecnologia, il paesaggio, la vita quotidiana. Un progetto coraggioso e sempre aperto, alle interpretazioni e alla città. L’idea della galleria è di Joseph Grima, Marco Ferrari, Lorenza Baroncelli, Antonio Ottomanelli e Elisa Pasqual. White Hole rimarrà aperto per un anno, rigenerandosi ogni mese. Ad alimentarlo saranno i contributi di ricercatori e artisti internazionali attraverso proposte di visioni e critiche del paesaggio contemporaneo. A Genova si è insinuato un buco bianco, generatore di pensieri sulla tecnologia, la vita quotidiana e gli spazi entro cui si svolge. Il primo progetto presentato a febbraio è l’installazione “Fortress of Solitude”, del collettivo Space Caviar. Autrice del documentario che indaga la tecnologia come elemento a vantaggio e ossessione della vita ordinaria nelle nostre case, è Simone C. Niquille. Riflessioni sull’automazione e tensione alla paranoia della comodità e dell’immediatezza. Il mese di marzo è invece dedicato a Environmental Migrants, di Alessandro Grassani, video girato tra Mongolia e Bangladesh. Si tratta di un progetto legato a come il sempre più rapido cambiamento climatico sia responsabile anche di una massiccia migrazione di popolazioni costrette a lasciare i propri territori di origine. Il numero degli abitanti delle città è in costante aumento ed è anche legato ai processi climatici, rivelandosi perciò come un fenomeno da considerare e analizzare.

Space Caviar è stato fondato un anno fa a Genova da Joseph Grima, ex direttore di Domus e della galleria Storefront for Art and Architecture di New York. Oggi ne fanno parte Tamar Shafrir, Andrea Bagnato, Giulia Finazzi, Martina Muzi, Simone C. Niquille e Giulia Grattarola. È, in generale, un collettivo di ricerca e progetto che attraversa i campi dell’architettura, tecnologia, politica, urbanistica e design. Ho avuto il piacere di incontrare Tamar a Londra per un caffè. Tamar, designer e scrittrice, nata a Tel Aviv, ha poi vissuto in America e in Europa. Mi ha raccontato del progetto, dei molteplici campi di ricerca e applicazioni tra i quali si muove il lavoro del collettivo che sembra non darsi limiti, di argomento e approfondimento. La maggior parte di loro si è formata alla Design Academy di Eindhoven, dove oggi Tamar tiene il corso “Design Curating and Writing” e dove l’impostazione didattica sviluppa una particolare abilità nella gestione autonoma dei progetti. Una notevole indipendenza caratterizza infatti l’impostazione della ricerca di Space Caviar: i lavori sono a opera di piccoli gruppi o dei singoli. Architettura, design, scrittura, grafica, sono soltanto alcune delle competenze dei suoi componenti.

Tamar mi racconta di altre realtà italiane che per il loro carattere sperimentale sono assimilabili a Space Caviar, tra cui Archphoto di Emanuele Piccardo e Rudere Project di Dettofatto e Chrome Surgery. Si tratta però di realtà difficili da identificare in un Paese come il nostro nel quale manca una rete di collegamento tra le iniziative “fuori dal coro”. In questo periodo di crisi economica è poi sempre meno il denaro stanziato per iniziative simili che richiedono molto tempo e ricerca, ed è faticoso proporre iniziative di sperimentazione. Manca un contesto di fiducia nel design, qui inteso anche come strumento politico e in grado d’incidere sulla vita comune. Per questo motivo sono purtroppo pochi i progetti realizzati in Italia.

Tamar mi racconta di alcune delle ultime ricerce, da 99 Dom-ino per Monditalia alla Biennale di Venezia, a FOMO, macchina da loro sviluppata e in grado di generare automaticamente magazine attraverso algoritmi e riferimenti ad hashtag e localizzazioni. Space Caviar, Baukuh e Opusmetrico hanno poi recentemente costituito una piattaforma editoriale, il cui prodotto è “Asinello Press”. Il nome fa riferimento a un liquore venduto in un piccolo bar dirimpetto allo studio del collettivo. La prima pubblicazione è “Cosmic Jive: Tomás Saraceno”, catalogo alla mostra dell’artista al museo di Villa Croce di Genova. Sono molte le idee sviluppate o ancora da sviluppare da Space Caviar. Guardo con ammirazione a chi è capace di muoversi tra le discipline e non si pone limiti di ricerca, di geografia e idee. I progetti sono il risultato di un’estrema curiosità, dinamicità e capacità di rielaborazione. Space Caviar è una realtà particolarmente interessante del nostro Paese, da seguire e incoraggiare, affinché nascano iniziative simili e si arrivi davvero a credere nelle potenzialità del design.

http://whitehole.gallery/
http://www.spacecaviar.net/

space caviar

white hole

White hole

white hole

White hole

The following two tabs change content below.

Anna Vittoria Zuliani

Ultimi post di Anna Vittoria Zuliani (vedi tutti)

Rispondi