Wunderkammer: Luigi Ballario, Impressioni

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Per il ciclo Wunderkammer proposto da Riccardo Crespi come progetto di cultura partecipativa, fino al 20 febbraio sarà in mostra Impressioni di Luigi Ballario, scelto dal collezionista Paolo Gori e con la curatela di Federica Boragina. Abbiamo discusso con artista e curatrice su questo nuovo protocollo espositivo e sul senso della loro mutua ricerca.

Com’è stato scelto il titolo della mostra Impressioni? Gioca su un doppio significato del segno concreto che viene lasciato sulla cosa impressa, la stampa (l’atto o l’effetto dell’imprimere), ma anche l’effetto lasciato nell’animo…
Federica Boragina: Il titolo della mostra è stato conseguente alla scrittura del testo critico. Ho parlato con Luigi e ho capito quanto fosse centrale per lui la sperimentazione tecnica, tanto da scegliere, insieme, di farla diventare parte fondante sia dell’interpretazione critica, sia della mostra stessa. La parola ‘IMPRESSIONE’ mi interessa dal punto di vista etimologico, cioè qualcosa che preme su una superficie: in questo caso la luce sulla lastra e poi, per contatto, l’immagine dal negativo al positivo. Questo evento non è da considerarsi come mero dato tecnico, quanto più come scelta autorale dell’artista, il quale, forse in maniera involontaria, co-opera con la luce, rendendola autrice accanto a se stesso, permettendole di travalicare le regole della tecnica, la correttezza metodologica. La luce, dunque, scrive, filtra, disegna, corrode, colora e tutto ciò lo fa in maniera guidata, ma, al contempo, inaspettata. Luigi sceglie i tempi di esposizione ma il risultato è inatteso: a volte la luce si infiltra ulteriormente e permette alla superficie di essere abitata da presenze evanescenti, magiche, che nella realtà non ci sono oppure non siamo capaci di vedere. Dall’altro canto, hai ragione, le impressioni sono anche i turbamenti emotivi immediati che la realtà genera nell’animo umano. Ciò, probabilmente, riguarda principalmente me stessa in qualità di osservatore e chiunque si confronta con le opere di Luigi perché credo abbiamo un’energia pura e primitiva che colpisce senza avvisare, sorprendendo lo sguardo e regalando un piacevole disorientamento.

L’interesse del lavoro di Luigi è la sperimentazione tecnica del mezzo fotografico artigianale, come avviene questo processo?
Luigi Ballario: La mia fotografia, prima di diventare tale, era uno studio dei dispositivi artigianali per la trascrizione chimica della luce. Volevo provare, con poveri mezzi, a imprigionare delle porzioni di mondo e l’incontro con lo specifico canale che è il banco ottico nonchè il rapporto che ho cercato di instaurare con le peculiarità del suo filtro, hanno originato la mia sperimentazione fotografica. È stato per molto tempo un processo per prove ed errori in cui l’unica cartina di tornasole era l’ esito finale: il negativo fotografico. Ci è voluto del tempo per delimitare il raggio della sua regolarità, per calibrare i gesti, per assimilare le dinamiche chimiche dello sviluppo e del fissaggio. Anche ora che del mio particolare banco ottico conosco i parametri, per ottenere un certo effetto grafico, permane un margine di indeterminatezza, dovuto a un mezzo che è comunque rudimentale e a una carta fotografica che è ad impressione ‘lenta’. Ciò rende negli effetti ogni mio scatto un esperimento, la ricerca di un compromesso fra quello che il banco ottico può e ciò che la luce concede.

In che modo la fotografia diventa per Luigi tangente alla pratica performativa, o comunque a un uso del corpo che va oltre lo scatto e impegna l’artista in una fase più importante?
L.B. Credo che la dimensione performativa della mia fotografia dipenda in primo luogo dal fatto che quest’ultima è per me ‘un modo di essere’: è il mezzo che prediligo per relazionarmi al mondo e quindi, anche, il modo in cui lo conosco. Poi c’è il rapporto con la spigolosa ed ingombrante mole del banco ottico che si concretizza in un rituale complesso, fatto di movimenti lenti e misurati che circuiscono fisicamente un luogo e un tempo imprimendoli e ‘rievocandoli’ sulla carta fotografica.  È la catena dei miei gesti che materializza la fotografia, dalle sistemazioni tecniche preliminari a quando arresto lo sviluppo del negativo estraendolo dal liquido e fissandolo, per ricavarne il positivo a contatto.  L’aspetto più propriamente performativo del mio lavoro però, probabilmente, ha a che fare con tutti quegli scatti in cui è presente il mio corpo (e in cui è colto nel dilemma tra l’essere un corpo e avere un corpo). Posso dire che per molti di questi, nonostante una certa plasticità della resa finale, il tentativo è stato quello di compiere delle azioni, delle drammatizzazioni vorrei dire e non, di creare semplicemente degli effetti estetici. La foto in questo caso testimonia un tentativo di comprensione fisica dell’ambiente o diventa lo specchio di una ricerca sulla cifra della corporeità. Per diverso tempo sono stato interessato a ricreare la staticità fittizia che isola uno scatto di pochi millesimi di secondi, in una posa che superasse i dieci minuti. I lunghi tempi di esposizione del mezzo e la lentezza di impressione della carta fotografica mi hanno prima costretto e poi coinvolto nella ‘pratica dell’immobilità’. Era per me un esercizio di relazione e uno sforzo corporeo di cui il banco ottico era spettatore e, poi, testimone.

In questo caso, Federica sei stata invitata a curare la mostra dal collezionista Paolo Gori il quale a sua volta ha selezionato l’artista da presentare. Come ti sei posizionata in qualità di curatrice in questa dinamica a quattro poli (gallerista, collezionista, artista, curatore)? La tua metodologia di lavoro?
F.B. Sì, la proposta di curare questa mostra è arrivata da Paolo Gori. Ho trovato stimolante l’iniziativa della galleria Crespi, mi sono confrontata con i lavori di Luigi e, essendone incuriosita, ho accettato l’invito.
A livello professionale l’aspetto più interessante è l’incontro con un giovane artista che non conoscevo al quale mi sono avvicinata proprio per realizzare la mostra, dunque saltando una parte di conoscenza preliminare e giungendo subito a una fase operativa e al nucleo della sua ricerca. Questo è stato inusuale per il mio modo di lavorare.
Per quanto riguarda l’organizzazione della mostra sia Paolo che Riccardo Crespi ci hanno lasciato carta bianca e il risultato è stato frutto del dialogo fra me e Luigi, ma ho cercato, come sempre faccio, di coordinare non forzare lo sviluppo del lavoro. Al centro c’è e ci deve essere l’opera e l’artista.
Credo che il progetto Wunderkammer sia un’occasione stimolante di lettura delle dinamiche fra le diverse figure professionali del mondo dell’arte, riconoscendo e rispettando la specificità di ognuna. In molte occasione questa peculiarità mi sembra venga a mancare a favore di un ‘tutti fanno tutto’ e ciò va scapito della professionalità di ognuna di queste figure.

Nel testo che accompagna la mostra fai un parallelismo col mito della caverna di Platone, parlaci dell’importanza della luce per Luigi Ballario?
F.B. Sì, ho citato la caverna di Platone, traendone il riferimento dall’incipit del testo On Photography di Susan Sontag, una critica che amo molto e che credo sia un riferimento imprescindibile per potersi occupare di arte contemporanea.
La caverna è qui il soffietto del banco ottico utilizzato da Luigi e la dialettica non è fra le immagini reali e quelle fotografate, ipotetico ‘nuovo mondo’, ma fra il mondo, la luce e lo sguardo di chi lo osserva. Esiste un solo mondo, quello là fuori che, una volta filtrato nella caverna stessa – cioè il soffietto -, è restituito in modo inaspettato e sorprendente sulla carta fotografica. Lo spunto è, ovviamente, ricontestualizzato, proprio per mettere il focus sulla luce quale mezzo, cioè artefice della scrittura fotografica, ma anche soggetto, quanto magico espediente per permettere allo sguardo di meravigliarsi del mondo che ha sempre visto.

Luigi, anche l’assenza è una costante nella tua ricerca, che ruolo gioca?
L.B. L’assenza è sicuramente un tema che attraversa la mia pratica fotografica assumendo via via declinazioni differenti: è l’assenza di identità di un corpo con il volto coperto, con tutte le immedesimazioni conflittuali che innesca, è la dimensione a margine dell’esistenza ma carica di voci cui sono consegnati gli oggetti destituiti dal loro uso, i luoghi abbandonati. C’è una lunga serie, dei miei lavori, in cui ho voluto immortalare la monumentalità di oggetti o luoghi quando non sono colti nella loro funzionalità: mangiatoie vuote, cianfrusaglie abbandonate, bagni pubblici deserti, mietitrebbie a riposo… Per me questa è un’assenza, è una rappresentazione svincolata da una dimensione dell’oggetto intrinsecamente connotativa, che apre alla ‘sacralità’ degli oggetti e dei luoghi, nel loro trasudare atti passati o mancati.

03) Senza titolo,2012,carta fotografica 18x24, f:11 10'

Luigi Ballario, Senza titolo, 2012, carta fotografica 18×24, f:11 10′

04)Senza titolo,2012,carta fotografica 100x134 cm, f:11 10'

Luigi Ballario, Senza titolo, 2012, carta fotografica 100×134 cm, f:11 10′

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Luigi Ballario, Senza titolo, 2012, carta fotografica, 18×24 cm, f:11 6′

09) Senza titolo,2014, carta fotografica 18x24 cm, f:45 30%22

Luigi Ballario, Senza titolo, 2014, carta fotografica 18×24 cm, f:45 30%22

001)Senza titolo 1,2015, carta fotografica 100x134cm,f:45 3'

Luigi Ballario, Senza titolo 1, 2015, carta fotografica 100x134cm,f:45 3′

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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