Yue Minjun e la folle risata

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Uno degli artisti contemporanei più discussi attualmente è il signor Yue Minjun, artista cinese nato nel 1962 sotto la Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong. I suoi quadri, così come le sue sculture – presentate per la prima volta in Italia alla Biennale 1999 – si caratterizzano per la presenza di volti sorridenti. Di primo acchito, in effetti, verrebbe da dire che Yue Minjun è un artista allegro che celebra l’apollineo, eppure questi volti celano l’ombra di una risata folle. Non per altro l’artista viene spesso associato a quel movimento artistico sviluppatosi in Cina verso la fine degli anni ’80 chiamato “realismo cinico”.

I quadri del signor Yue conservano quindi la volontà di mostrare il reale, ma in modo cinico, ironizzando sull’assurdità della vita. È noto come, all’epoca del regime maoista, gli artisti fossero caldamente invitati a celebrare il presidente Mao attraverso opere di realismo di propaganda. Yue Minjun volendo distaccarsi completamente da questa concezione, a partire dal 1989 sceglie di mettere in scena se stesso, proponendo una serie di autoritratti sorridenti. Ma perché il sorriso? Innanzitutto per la cultura cinese sorridere è segno di gentilezza e d’accoglienza, “in Cina c’è una lunga tradizione del sorriso. C’è il Maitreya Buddha che predice il futuro e la cui espressione è il sorriso. Normalmente si dice che si deve essere ottimisti e sorridere alla realtà” racconta l’artista, “durante il periodo della Rivoluzione Culturale c’erano dipinti sullo stile dei poster sovietici che mostravano persone sorridenti, ma ciò che è interessante è che ciò che si vedeva in queste immagini era quasi sempre l’opposto della realtà”. Da qui la volontà di farne una parodia, ma anche di ironizzare su se stessi mettendo in scena il proprio volto. Ma dipingere autoritratti è anche una presa di potere e di libertà di espressione da parte dell’artista, contrariamente a quelli che si limitavano a celebrare l’immagine del presidente. Questo sorriso stampato sui volti indistinguibili dei protagonisti delle tele di Yue Minjun, non è un sorriso sincero e diretto, privo di sottintesi. Ricorda piuttosto le antiche maschere di teatro dietro le quali si celavano gli attori. Dobbiamo dunque intendere questo sorridere come una facciata che nasconde innumerevoli ombre, ma che aiuta anche a conservare la libertà di espressione altrimenti a rischio se apertamente manifestata.

Altra caratteristica importante dei lavori di Yue Minjun è la ripetizione dei personaggi. Riferendosi alle immagini collettive proprie del comunismo all’epoca della nascita della Repubblica Popolare Cinese, l’artista porta all’esagerazione – per mostrarne l’assurdità – l’omologazione dell’individuo. Quando si guardano queste tele si guarda infatti una massa indistinguibile di personaggi, tutti vestiti allo stesso modo, tutti fermi nelle stesse posizioni e che meccanicamente sorridono. Vi è un’opera intitolata appunto Everybody connects to everybody dove una catena umana d’individui si moltiplica all’infinito e dove diventa impossibile all’occhio distinguere un corpo dall’altro nella fusione delle forme. È dunque anche una ricerca della singolarità questa di Yue Minjun, una ricerca della differenza e della possibilità di affermarsi per ciò che si è in quanto individuo e non in quanto collettività.

Nel complesso possiamo tracciare una sorta di percorso evolutivo per questo “giovane” artista che viene ad affermarsi nel mercato europeo, già in quello americano. Se i quadri degli anni ’80 presentano i volti degli amici, già sorridenti, in situazioni più o meno strane (come in The rostrum of Tienanmen square, nella tribuna dove Mao proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese al suo posto vi è un gruppo di giovani mal vestiti che fumano e ridono) a partire dagli anni ’90 le tele sono monopolizzate dall’autoritratto dell’artista, conservando comunque un realismo delle forme e dei colori. Successivamente Yue Minjun comincia a deformare i rapporti col reale, le dimensioni delle bocche vengono esagerate come anche il colore della pelle che ricorda piuttosto il colore della carne viva. Segue il confronto con le tradizioni come nella serie dei labirinti, dove l’artista riprende i soggetti e le tecniche classiche della tradizione artistica cinese, o come nelle serie che reinterpretano in chiave asiatica e contemporanea i capolavori dell’arte europea come la Liberté guidant le peuple di Delacroix o il Tres de Mayo di Goya (già reinterpretato da Manet e da Picasso). Infine, gli ultimissimi lavori del 2012 ripropongono gli autoritratti sorridenti ma “cancellati”, alla Bacon. Come se l’artista fosse ormai pronto a liberarsi da questa maschera, da questo finto sorriso di circostanza, pronto a costruire nuove possibilità artistiche tutte personali. 

Yue Minjun, Water, 1998, oil on canvas. Private collection, London. © Yue Minjun

Yue Minjun, Sky, 1997, oil on canvas. Private collection Europe. © Yue Minjun

Yue Minjun, The Execution, 1995, oil on canvas. Private Collection. © Yue Minjun

Yue Minjun, portrait. © Yue Minjun

 
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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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