Zao Wou-ki

Zao Wou-ki

È scomparso il 7 Aprile 2013, all’età di 93 anni, il grande artista franco-cinese Zao Wou-ki, nato a Pechino nel 1920, ma trasferitosi stabilmente in Francia a partire dal 1948. Alla sua fama straordinaria si accompagnano negli ultimi anni quotazioni di mercato da capogiro (4.4 e 3.2 milioni di euro per due opere recentemente battute da Christie’s Hong Kong). Maestro eminente della corrente dell’”astrattismo lirico” di origine cinese, egli è stato in grado di riconciliare cultura orientale e sensibilità occidentale attraverso una poetica personalissima fatta di trasparenze materiche e potenti gesti calligrafici, di colori brillanti e monocromi suadenti, di vuoti meditativi e forme vorticosamente dinamiche che si accendono libere in un universo creativo dalla grande poeticità.

Nato in una famiglia d’intellettuali dalla vocazione artistica (il nonno era un letterato e il padre si dilettava di pittura) e cresciuto a Shanghai in un’atmosfera fortemente liberale, all’età di quattordici anni Zao Wou-ki viene ammesso alla prestigiosa Accademia d’Arte di Hangzhou, dove si diploma in pittura occidentale a olio nel 1941, sotto la supervisione di Lin Fengmian (1990-1991), uno dei pionieri del modernismo pittorico cinese. Nel 1948, desideroso di fare nuove esperienze e di conoscere da vicino la tradizione pittorica occidentale, decide di trasferirsi a Parigi, dove sistema il suo atelier a Montparnasse, quartiere che mai abbandona, e dove inizia a seguire lezioni di pittura all’Académie de la Grande Chaumière sotto l’egida di Othon-Friesz. Zao Wou-ki si integra ben presto con il ricco tessuto artistico della città, stringendo amicizie con pittori del calibro di Mirò, Giacometti, Leger, Soulages, Dubuffet, nonché con gli americani Sam Francis, Hans Hartung, e Joan Mitchell, che in quegli anni gravitano attorno alla capitale francese.

Mentre il suo pennello ripercorre le lezioni degli impressionisti, di Cézanne e del cubismo picassiano, avviene l’incontro folgorante con la “pittura segnica” di Paul Klee (1951), che Zao Wou-ki rilegge e trasforma nelle forme pittografiche arcaiche della primigenia scrittura cinese. È da questa riscoperta che lentamente l’artista sembra ripercorrere a ritroso la china che lo riporta alle sue origini, così a lungo obnubilate e respinte. Sospinto dall’accolito entusiastico del critico d’arte Henri Michaux, suo grande sostenitore, egli riscopre la trasparenza dell’inchiostro e la sua levità, appuntandolo nell’uso della tecnica litografica. Inoltre, di lì a poco, nella sua pittura iniziano a germogliare segni “profondi”, animati da un ritmo calligrafico interno, in cui si materializza la spazialità prospettica cinese che si apre, da parte e dall’altra, sull’infinito. Dopo un breve soggiorno in Cina (1972), Zao Wou-ki ritrova poi la natura cinese, attraverso la magia estatica dei suoi paesaggi montuosi, quintessenza della pittura di paesaggio: la natura qui si compone e si scompone al ritmo della bruma, sotto una luce lattiginosa, in cui le forme escono dall’invisibile per poi farvi ritorno, prefigurando la presenza in questo movimento di un altrove indefinito. La visione della realtà diventa prefigurazione del principio metafisico taoista secondo cui “l’immagine (vera) sta dietro all’immagine (percepita)” (xiang wai zhi xiang), e questa immagine non può essere in alcun modo fissata, catturata o definita, ma può essere solo suggerita dal lavoro creativo dell’artista. La pacificazione ultima con la tradizione pittorica cinese avviene infine nel 1973, quando Zao Wou-ki ricorre perfino alla pittura a inchiostro monocroma, abbandonando il colore, e anima i suoi dipinti solo attraverso la presenza incontrastata del vuoto e del movimento.

Di qui in avanti, i quadri di Zao Wou-ki, sempre pervasi da una fusione armonica di elementi tanto orientali quanto occidentali, appaiono mirabilmente come un verziere di segni, in cui le immagini si dissolvono in un crogiolo di colori sfumati e cangianti, e in cui “i tratti finissimi del suo disegno a zigzag, infedelmente esatti, danno un’idea del paesaggio senza tracciarlo e regalano una vitalità inedita agli sfondi” (Michaux). Attraverso i suoi numerosi dipinti a olio, gli acquerelli, le litografie e i disegni a china, quest’artista dalla grande sensibilità è riuscito a trasfigurare la natura in forma astratta, e sublimarla in energia cosmica e purezza consistente, accogliendo il riflesso iridescente delle vibrazioni del mondo. Come afferma Michaux, la sua pittura “è poesia, e invita chi la contempla a penetrare dentro di lei”, illimitatamente, come il nome stesso dell’artista da sempre suggerisce. Il significato di “Wou-ki” in cinese è, infatti, “illimitato”.

Zao Wou-ki

Zao Wou-ki

Zao Wou-ki, 4.4.85, 1985, olio su tela, 97x 195 cm

Zao Wou-ki, 4.4.85, 1985, olio su tela

Zao Wou-ki, Untitled, 2008

Zao Wou-ki, Untitled, 2008

Zao-Wou-ki, Saint Tropez, 2007, stancil originale in 40 passaggi

Zao-Wou-ki, Saint Tropez, 2007, stancil originale in 40 passaggi

 

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Adriana Iezzi

sinologa ed esperta di arte orientale, antica e moderna, nonché appassionata di arte contemporanea. Ha lavorato in diversi musei (MACRO, MNAO) e in gallerie d’arte contemporanea e ha partecipato all'organizzazione e alla promozione di mostre d’arte cinese in Italia e all’estero. Sta svolgendo un dottorato di ricerca presso la facoltà di Studi Orientali della “Sapienza” Università di Roma sulla metamorfosi dell’arte della calligrafia nella Cina contemporanea.

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